Il diritto di sparire dal web esiste per tutti, ma come si esercita?

Siamo interconnessi in un’epoca in cui la nostra reputazione digitale vale quanto (e spesso più di) quella reale.

Ogni post pubblicato, ogni commento lasciato, ogni nostra azione online può lasciare traccia nei motori di ricerca per anni.

Queste informazioni in un certo momento però non saranno più pertinenti, o peggio ancora, potrebbero danneggiare l’immagine degli utenti.

Gestire correttamente la propria immagine su internet significa non solo promuovere un brand o un’attività, ma anche saper intervenire quando informazioni diventano obsolete o errate.

Come evidenziato in un approfondimento sulle strategie di marketing digitale per migliorare la presenza online, adottare tecniche efficaci per la gestione della comunicazione è fondamentale per tutelare la propria reputazione.

Allo stesso modo, la percezione è fortemente influenzata dalle recensioni e dai feedback disponibili sul web. Un articolo dedicato all’importanza delle recensioni online nella gestione della reputazione sottolinea come anche nel settore dei servizi, come quello dei saloni da parrucchiere, mantenere una buona immagine digitale può fare la differenza tra successo e insuccesso.

Proprio in questo contesto entra in gioco il diritto all’oblio, uno strumento giuridico pensato per tutelare la reputazione e la privacy delle persone.

Cos’è il diritto all’oblio

Il diritto all’oblio è la facoltà riconosciuta ad ogni persona di chiedere la cancellazione di informazioni personali presenti online quando queste risultino:

  • obsolete,
  • non più pertinenti rispetto al contesto attuale,
  • lesive della propria immagine,
  • non conformi alla normativa sulla protezione dei dati personali.

Non si tratta semplicemente di cancellare il proprio passato, ma bensì di limitare la diffusione di contenuti che non rispondono più a un interesse pubblico attuale, soprattutto quando sono facilmente accessibili tramite i motori di ricerca.

Il quadro normativo: GDPR, Corte UE e Codice Privacy

La base normativa principale si trova nell’articolo 17 del Regolamento UE 2016/679 (GDPR), che disciplina questo diritto. Secondo questa norma, ogni interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei propri dati personali senza ingiustificato ritardo, in particolari circostanze.

Il principio è entrato in gioco con una celebre sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2014, nel caso noto come Google Spain. Guarda qui per approndire il caso: https://en.wikipedia.org/wiki/Google_Spain_v_AEPD_and_Mario_Costeja_Gonz%C3%A1lez

In questa occasione, la Corte ha stabilito che i motori di ricerca sono responsabili del trattamento dei dati e, pertanto, devono rimuovere i risultati di ricerca su richiesta dell’interessato.

Questo è valido quando e se le informazioni risultano inadeguate, irrilevanti o eccessive rispetto allo scopo per cui erano state originariamente pubblicate.

In Italia, il GDPR è stato recepito e integrato nel Codice in materia di protezione dei dati personali (D.lgs. 196/2003), aggiornato nel 2018.

Quando si può esercitare il diritto all’oblio

Il diritto all’oblio non è di certo assoluto e deve rendere conto di altri aspetti fondamentali come:

  • il diritto all’informazione,
  • la libertà di stampa,
  • l’interesse pubblico alla conservazione di determinati contenuti,
  • il diritto alla memoria storica.

Di conseguenza, è possibile chiedere la rimozione quando:

  • i dati personali sono non più aggiornati,
  • le informazioni sono inutilmente dannose o lesive della dignità personale,
  • il contenuto non è più rilevante,
  • il trattamento dei dati è avvenuto senza consenso o non in linea con la normativa vigente.

Al contrario, la richiesta può essere rigettata se l’informazione ha ancora un rilievo pubblico, ad esempio per motivi di cronaca, per coinvolgimento in procedimenti giudiziari ancora attivi o per ruoli pubblici ricoperti dalla persona interessata.

Un esempio concreto

Un libero professionista, coinvolto anni prima in una controversia accademica poi risolta, continuava a comparire nei risultati di Google per un vecchio articolo di un blog universitario. Nonostante l’episodio fosse stato superato e chiarito, la sua reputazione ne risultava ancora danneggiata.

Avvalendosi di questo diritto, è stato possibile:

  • analizzare i contenuti da rimuovere,
  • predisporre una richiesta formalmente corretta e ben documentata,
  • inviare le istanze sia ai gestori dei siti che a Google,
  • ottenere la deindicizzazione in poche settimane.

Il percorso per esercitare il diritto all’oblio può rivelarsi tecnico e richiede una buona conoscenza di tutta la normativa esistente, la capacità di costruire motivazioni solide e di seguire l’iter corretto tra richieste e ricorsi.

In questi casi, è utile affidarsi a esperti nella gestione completa delle richieste di diritto all’oblio come Digital Lex che offrono supporto sia a privati che ad aziende, garantendo un’assistenza mirata e professionale.

Il diritto all’oblio è un diritto di tutti

In un mondo dove la memoria del web è potenzialmente eterna, poter riappropriarsi della propria identità digitale non è di certo una cosa da poco.

Il diritto all’oblio non cancella la verità, ma impedisce che informazioni superate condizionino ingiustamente il presente e il futuro di una persona.

Se stai valutando la possibilità di far rimuovere contenuti non più pertinenti, o se vuoi proteggere la tua reputazione digitale, affidati a un team di esperti per una gestione professionale e personalizzata della tua richiesta di diritto all’oblio.